Tra Čajkovskij e Beethoven: gran successo per Stefan Milenkovich e la Form

Stefan Milenkovich suona Čajkovskij

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Created by Paola Cecchini · Review

Il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 di Čajkovskij non ha bisogno di presentazione.
Nel 2009 è stato al centro di un film, bello e spassoso, del regista rumeno-francese Radu Mihăileanu (ha vinto due premi ‘César’ per la miglior musica da film e miglior sonoro, oltre ad un David di Donatello ed un Nastro d’argento (al regista) quale miglior film europeo.
Ciaikovsky scrisse il suo unico Concerto per violino e orchestra tra il marzo e l’aprile del 1878: rappresentava l'ultima composizione di rilievo prima di una lunga e sofferta crisi creativa. Trentottenne, aveva appena terminato due capolavori (la Quarta Sinfonia ed Eugenio Onieghin) e vissuto due eventi destinati a modificare sensibilmente il corso della propria vita: il breve e disastroso matrimonio con Antonina Milyukova (da cui si separò sei settimane dopo) e la concessione di una rendita annuale da parte della mecenate Nadezda von Meck.
Le vicende relative alla prima esecuzione dell’opera - redatta a Clarens, sulle rive del lago di Ginevra, nel corso di una vacanza - furono assai complesse: Josif Kotek (amico ed allievo del maestro, oltre che ispiratore e primo dedicatario del lavoro) si tirò indietro a partitura compiuta. Anche Leopold von Auer (famoso virtuoso dell’epoca) fece la stessa cosa, ritenendo ineseguibile la parte solistica.

A dirigere la première, il 4 dicembre 1881 a Vienna (tre anni e mezzo dopo il compimento dell'opera) fu Alexander Brodski che ne diventò paladino ed a cui l’autore infine dedicò la partitura. All’inizio il Concerto fu giudicato assai aspramente: Eduard Hanslick, celebre critico tedesco della ‘Neue Freie Presse’ ne redisse all'indomani della prima, una violenta stroncatura che fu trascritta dal Compositore in una propria lettera:
‘In generale, le sue opere si distinguono per la loro incoerenza, completa mancanza di gusto, rozzezza e barbarie. Per ciò che riguarda il Concerto per violino il suo inizio non è male, ma più si va avanti, peggio è. Alla fine del primo movimento il violino non suona, bensì raglia, stride, ruggisce. Anche l'Andante inizia felicemente, ma ben presto si trasforma nella descrizione di una qualche festa russa selvaggia dove sono tutti ubriachi e hanno volti triviali, disgustosi. Ascoltando la musica di Čajkovskij mi è venuto in mente che esiste musica puzzolente (stinkende Musik’)’.
Solo con le successive esecuzioni, a Londra e poi nel resto d’Europa ad opera degli stessi esecutori della prima viennese, l’opera ottenne un completo successo.

Abbiamo rivissuto questi momenti magici ieri sera grazie a Stefan Milenkovich -ritenuto uno dei migliori violinisti del nostro tempo - ed all’Orchestra Filarmonica Marchigiana (Form) diretta da Fabio Maestri.
E’ sempre un piacere ascoltare Stefan (Belgrado, 1977). So che il pubblico del ‘Rossini’ condivide il mio pensiero, anzi gli è sinceramente affezionato dato che lo conosce da molto tempo.
L’Ente Concerti (organizzatore della rassegna musicale giunta alla 58a edizione di cui il concerto di ieri costituisce il quarto appuntamento) ne custodisce una foto da bambino, scattata durante un concerto in città: aveva i capelli castani pettinati a caschetto e fa veramente molta tenerezza.
Stefan ha iniziato lo studio del violino a 3 anni, si è esibito per la prima volta con un’orchestra all’età di 6 ed ha vinto il primo premio presso la ‘Jaroslav Kozian International Violin Competition’ all’età di 7. La sua storia e la sua carriera sono magiche: a 10 anni é stato invitato a a suonare per il presidente Reagan in un concerto natalizio a Washington, a 11 anni per il presidente Gorbaciov ed a 14 per il Papa Giovanni Paolo II. A 16 anni ha festeggiato il suo millesimo concerto esibendosi a Monterrey (Messico).
Potrei dilungarmi -come faccio abitualmente- elencando le orchestre prestigiose con cui l’artista ha lavorato, i numerosi premi ottenuti, la sua prestigiosa discografia ma preferisco fermarmi qui, certa di essere compresa: sono note che da sole raccontano tutto.
Apprezzatissima la sua esibizione ed i numerosi bis che sempre concede. Stefan conosce l’italiano, è simpatico e parla abitualmente con il pubblico dal palco: ieri ha invitato gli allievi del Conservatorio a fare foto assieme nel foyer del teatro durante l’intervallo.

Nella seconda parte della serata, la Form si è poi esibita nella Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 di Beethoven.
Terminata nel 1812 (cinque anni dopo la Sesta), la Settima fu eseguita l’anno successivo sotto la direzione del Compositore all'Universitätssaal di Vienna durante un concerto benefico a vantaggio dei soldati austriaci e bavaresi feriti nella battaglia napoleonica di Hanau in Germania (1813). Fu accolta in modo entusiastico dal pubblico ed anche l'esecuzione fu giudicata eccellente (forse in virtù del fatto che vi avevano collaborato i maggiori strumentisti residenti a Vienna nel periodo).
Colpito dall'elemento ritmico che pervade incessantemente l'intera partitura, Richard Wagner la definì come ‘l'apoteosi della danza. È la dama nella sua massima essenza, l'azione del corpo tradotta in suoni per così dire ideali’.
Inutile dire che è stato proprio un bel concerto, capace di unire grande tecnica strumentale ad una notevole intelligenza interpretativa, da parte di tutti i musicisti.
Il prossimo appuntamento è fissato per il 7 gennaio 2018, allorché la Wunderkammer Orchestra (associazione musicale istituita a Pesaro nel gennaio scorso per ‘portare la musica sinfonica e il teatro musicale dove normalmente un’orchestra non può arrivare’) diretta da Carlo Tenant accompagnerà il pianista Paolo Marzocchi in alcune musiche di Beethoven, Schubert e Rossini.

Date Dec 20, 2017