L'impeccabile estetica della coreografa Valentina Turcu

Lo Stabile Sloveno di Trieste porta al “Giovanni da Udine” lo spettacolo realizzato in sinergia tra i Teatri di Maribor e Zagabria

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Created by Dejan Bozovic · Review

Grazie ad un'iniziativa articolata in tre eventi del Teatro Stabile Sloveno di Trieste, il Teatro Nuovo di Udine ha ospitato il balletto drammatico - definito opportunamente così dalla coreografa Valentina Turcu, che firma anche la regia, drammaturgia e le scelte musicali - “Morte a Venezia”, tratto, evidentemente, dal racconto lungo (o romanzo breve) di Thomas Mann e realizzato in coproduzione tra il Teatro Nazionale Sloveno di Maribor e il Teatro Nazionale Croato di Zagabria.
Quello che soprattutto colpisce nello spettacolo della Turcu è un impeccabile senso estetico che si riversa sullo spettatore attraverso la minuziosa cura di ogni dettaglio visivo e la compiuta eleganza di ogni immagine complessiva. Puntualmente assecondata nella sua trasposizione dalle avvincenti soluzioni dello scenografo Marko Japelj, del costumista Alan Hranitelj e dell'ideatore delle luci Aleksandar Čavlek, la celebre coreografa imposta con incisiva forbitezza una rilettura molto personale, i cui punti focali sono la creatività nel senso più alto del termine, la solitudine e la decadenza. Sono queste le motrici che fanno muovere l'ormai attempato ed isolato eminente scrittore von Aschenbach, interpretato da uno straordinariamente suggestivo Anton Bogov, sul bilico tra le aspirazioni artistiche nonché intellettuali tanto floride quanto compulsive e la struggente consapevolezza dell'impossibilità di raggiungere la perfezione assoluta. La precarietà dell'equilibrio sfocia in una specie di schizofrenia emotiva in cui proprio quando inaspettatamente si troverà di fronte all'agognato miraggio, alla rappresentazione della bellezza immacolata, sublimata dalla sconvolgente irruzione dell'Eros e incarnata in un adolescente polacco di nome Tadzio, impeccabilmente reso dal giovane Jan Trninič, von Aschenbach cederà definitivamente alla continua seduzione del Thanatos, conferendo al ragazzo l'accezione di un'intoccabile chimera.
Nell'inquadratura della Turcu, tale triangolo è particolarmente asimmetrico, avendo come baricentro il Thanatos, portato in scena come Angelo della Morte da un apprezzato ma non del tutto convincente Sytze Jan Luske il cui physique du rôle, androgino e slanciato, prevale su alcune virtù interpretative. Sin dall'inizio, lo scrittore sembra infatuato dal macabro personaggio, anteponendolo anche alla moglie, ed agisce come se gli si fosse già abbandonato senza riserve. L'episodio con Tadzio è minimizzato, l'impatto del risveglio erotico, avvenuto mediante la perfezione incontrata fortuitamente piuttosto che conseguita con gli espedienti artistici ed intellettivi deditamente applicati, ridimensionato in un tragico canto del cigno prima della fine anticipatamente accettata. Solo quando è troppo tardi, von Aschenbach tenta, persino allora flebilmente e senza convinzione, di opporsi alla rassegnazione e all'Angelo a cui si è affidato.
Le coreografie sono fluide e gradevoli, prive però di momenti salienti e memorabili, di sorprese e di fantasia innovativa, malgrado losplendido appoggio musicale tratto dalle sinfonie di Mahler. La narrazione e scorrevole e limpida, lievemente screziata da qualche superflua esplicitazione.

Date 2018