Il Canto (?) Gregoriano (??)

Breve riflessione su un mondo (quasi) perduto

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Created by Enrico Correggia · Review

Nella vita, ognuno di noi ha coltivato un piccolo albero delle certezze. Vi sono cose ritenute sacre e immutabili per le più svariate ragioni. Io, ad esempio, son certo che Mozart sia nato a Salisburgo nel 1756. Essendo parimenti certo della sua amicizia con Haydn, la mia mente subito dipinge un bel quadretto con i due austriaci intenti a ridere e scherzare su un clavicembalo in un delizioso salottino Viennese di fine secolo.


Normalmente, quando si parla di canto Gregoriano, grazie alle certezze che ci ha messo in testa lo studio sui banchi di scuola, la mente vola in un’abbazia benedettina romanica non meglio identificata, ove i monaci (chissà perché sempre tenori!) cantano con voce serafica delle dolci melodie, rigorosamente monodiche (e con le note di ugual durata), attinte da un grande codice scritto, altrettanto rigorosamente, in notazione quadrata. In alto a sinistra, il faccione sorridente di Papa Gregorio Magno ascolta compiaciuto la performance dei brani da lui composti, mentre una felice colomba gongola sulla sua spalla.
Tutto ciò è indubbiamente molto bello e bucolico: chiunque resterebbe ore a rimirare questo acquerello romantico e, diciamocelo, chi di noi, da buon emule di Ludwig II di Baviera, non vorrebbe un affresco così nella sua “Neuschwanstein”?


La stessa definizione di “certezza” ci impedisce di dubitare di essa. E, in fondo, perché mai dovremmo farlo? Se una cosa è certa, certa rimane! E poi, a scuola ci hanno sempre detto così, nei dischi dei monaci sentiamo cantare così, nelle chiese (quelle poche ove si canta “in gregoriano”) si canta così. Quindi questa è la lezione corretta. Amen. E io me ne vado ancora un po’ a prendere il sole sul mio bell’alberello delle certezze che ho coltivato con tanto amore. Almeno fino al bel giorno in cui un simpatico signore dalla barba candida non è venuto ai piedi del mio albero e ha iniziato a scuoterlo facendomi perdere l’equilibrio. Cadendo ho scoperto un mondo molto più ricco, un mondo vario, forte, antico. Un mondo che non riusciremo mai a scoprire del tutto. Ed è per questo che anch’io, caro lettore, voglio presentarmi ai piedi del tuo albero e dargli qualche scossone. E così, insieme, scosteremo il romantico acquerello e scopriremo quel che resta di un antichissimo ciclo pittorico.


Il titolo di quest’articolo, con quei punti interrogativi, è una piccola provocazione “destabilizzante”. Come ben sintetizza Massimo Lattanzi dall’insegnamento dei leggendari professori Baroffio e Joppich: “il canto gregoriano non è canto e non è gregoriano”. Puf! Il nostro piccolo alberello si è tramutato in un castello di carte e qualche buontempone si è divertito a soffiarci sopra!


Che il canto gregoriano non abbia nulla a che fare con Gregorio Magno è ormai universalmente riconosciuto. Solo qualche scuola media continua ad alimentare il mito. E, in fondo, perché fare la fatica di proseguire le ricerche? Il 90% degli alunni si accontenterà di questa definizione e vissero tutti felici e contenti.
Dire, però, che non sia nemmeno “canto” è un’affermazione un po’ forte e mi rendo conto che vada spiegata. Nel panorama liturgico odierno, la musica è considerata come un inutile (e a volte disgustoso) orpello. Può esserci o non esserci: non fa differenza. L’unico che ha qualcosa da guadagnare è l’orologio.
Nel mondo antico non era affatto così. La musica era parte integrante della liturgia. Le due cose non si potevano scindere. Ed ecco che queste melodie non nascono come “canto”, ch’è di per se una cosa accessoria, ma come preghiera. Tutto era cantato ma non era musica: era liturgia.


Ora, se già il nome che conosciamo è “vacillante”, perché il resto del dipinto dovrebbe esser solido?
Iniziamo col dire che ricostruire il gregoriano autentico è impresa assolutamente impossibile. In primis perché non si sa se sia mai esistito un modello di gregoriano “autentico”, in secundis perché, obiettivamente, non sappiamo nulla sulla vocalità che veniva usata. Ci son tantissime ipotesi (per elencarle ed esplicarle ci vorrebbe un articolo a parte, ricco di esemplificazioni) ma tutte hanno la stessa attendibilità: 100% e 0%.
Già questo è determinante. Immaginiamo la stessa linea cantata da Frank Sinatra, da Lykourgos Angelopoulos, da Eros Ramazzotti e da dom. Eugene Cardine. Quattro tipi di vocalità differenti che cambiano completamente l’impatto sul brano.
Per una chiarificazione immediata del concetto rimando a Baroffio: Guida all'ascolto, in Gregoriano. Mille anni di musica, allegato al Cd Amadeus-Darp AMS 33-35, 1996 (con l’esemplificazione dell’Alleluia Pascha Nostrum secondo quattro differenti ipotesi interpretative).


Altrettanto spinosa è la questione del repertorio “monodico”. Spesso mi sento dire che il gregoriano “a più voci”, così come lo eseguo col mio coro, con quarte e quinte parallele, con bordoni e con movimenti obliqui non è “puro” ma sarebbe una forma corrotta affermatasi secoli dopo la nascita del gregoriano autentico.
I trattati medievali (Musica Enchiriadis, De Harmonica Institutione, Scholica Enchiriadis, Micrologus, Ad Organum Faciendum…) parlano di un modo di cantare il gregoriano chiamato “Organum” nato dalla sovrapposizione di diverse voci.
Se io incontrassi per strada un cane, nel mio diario liquiderei l’evento in poche parole. Se incontrassi un orso in tight e questi mi facesse un inchino salutandomi in inglese shakespeariano, probabilmente ne spenderei molte di più, prima di esser ricoverato in psichiatria!
I trattati più antichi (IX secolo) citano l’organum soffermandosi ben poco, come se fosse una prassi consolidata in uso da non si sa quando.


Gli Ordines Romani (VII-VIII sec.) ci descrivono la cappella musicale pontificia e ci fanno sapere che era composta da sette cantori. Uno di questi era chiamato Archiparaphonista, altri tre Paraphonistae. Cosa vuol dire ciò? Secondo la teoria bizantina degli intervalli, la quarta e la quinta erano chiamate “sinfonie parafoniche”, mentre l’ottava e la decima quinta erano dette “sinfonie antifoniche”. A questo punto non è forse plausibile che questi “parafonisti” eseguissero il gregoriano a distanza di quarta o quinta rispetto agli altri cantori?
E questa sarebbe forse “purezza monodica”? O il gregoriano si è corrotto ancor prima di nascer puro?


Spero, caro lettore, di averti aiutato a smuovere l’alberello che, come io stesso ho fatto, hai coltivato con amore. Spero di aver contribuito a far nascere in te delle domande e di averti accompagnato al portone di quel mondo magico, ricco di fascino e mistero, che è il canto liturgico medievale.
Dietro non ci sarà l’acquarello bucolico di prima, bensì un grandioso mosaico fatto di realtà regionali, di stili differenti e di straordinaria religiosità. Un tesoro di valore inestimabile che aspetta solo d’esser divulgato.


Enrico Correggia

Date Mar 31, 2012