Il Miserere di Allegri

Soprani alla riscossa

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Created by Enrico Correggia · Review

La Settimana Santa è, finalmente, giunta. Con essa il profumo della Quaresima raggiunge l’apice della sua intensità, pronto a esplodere, domenica, in un turbinio di colori, sapori e odori.
In Cattedrale il coro sta provando i Responsori delle Tenebre di Tomas Luis de Victoria per il Sacro Triduo. Non posso non fermarmi ad ascoltarli!
E così, tra olii sacri e incensi, la mia mente vola in un mondo ormai lontano.


Roma, diciassettesimo secolo. Che meraviglia! La gente si riversa nelle strade. Chiunque da il suo contributo per la buona riuscita delle celebrazioni. Le botteghe lavorano a pieno regime. I mastri candelai corrono verso le arnie per estrarre la cera necessaria. Gli orefici s’industriano per riparare alcune suppellettili liturgiche. Un frate, in mezzo alla strada, invita tutti alla penitenza e al digiuno, mentre un abusivo cerca di convincermi, sottovoce, a comprare da lui la “vera” corona di spine che ha acquistato a Parigi da un mercante turco, il quale l’avrebbe ottenuta da un monaco basiliano cui sarebbe stata consegnata, in gioventù, da un cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano che l’avrebbe recuperata durante la battaglia di Lepanto.


Sacripante! Ma oggi è Mercoledì Santo! Pianto per strada il mercante, che mi fa “gentilmente” notare di aver appena perso l’occasione della mia vita, e fuggo alla funzione. Mi siedo tra i banchi al momento giusto. Il coro della Cappella Sistina, al top della forma, intona il Miserere di Allegri.
Uno dei brani più sacri della storia. Musica meravigliosa, di una bellezza straziante. Tanto bella e tanto sacra che Papa Urbano VIII ne limitò l’esecuzione a due giorni all’anno, in Settimana Santa, esclusivamente nella cappella Pontificia. La stessa fuoriuscita delle parti dal Vaticano era punibile con scomunica. Assistere ad un’esecuzione è un vero privilegio.
Io, intanto, son curiosissimo di vedere come risuona quel celeberrimo do acuto cantato dalle voci dei castrati. Attendo… aspetto ancora… fino alla fine del brano. Che fine ha fatto il do acuto??


Apro gli occhi all’improvviso e mi ritrovo nella mia cattedrale. Dopo aver preso il sacrista (povero!!) per il bavero, averlo scosso e avergli urlato in faccia qualcosa che suonava come “chi ha mangiato il do acuto?!?”, sono scappato a informarmi.
E il risultato fu tragico: come Caccini è diventato famoso nel nostro tempo per l’Ave Maria di Vavilov e Albinoni per l’Adagio di Remo Giazotto, il Miserere deve gran parte della sua fama odierna ad un do acuto che Allegri non ha mai scritto. Ma da dove ha origine? Prendiamo in esame, come nell’ottimo studio di Ben Byram-Wigfield (Miserere Mei, Deus – A quest for Holy Grail?) alcune fonti antiche per vedere come nasce l’edizione che noi oggi conosciamo.


I primi documenti da cui partire sono senza dubbio i MSS 205 e 206 conservati in Vaticano, scritti sotto il Pontificato di Alessandro VII (1655 – 1667). Questi presentano al loro interno dodici Miserere composti per la Cappella Sistina a partire dal 1514. L’ultimo, e il più famoso, è quello che serve a noi. Qua scopriamo che la versione originale del Miserere è quanto di più “semplice” e scarno si possa immaginare: un falsobordone. Ed ecco che possiamo comprendere lo sconcerto (e la collera!!) di Leopoldo I, Sacro Romano Imperatore, quando vide le partiture che, non senza fatica, era riuscito ad ottenere da Papa Innocenzo XI. Fin dal rinascimento, infatti, la Sistina era celebre per le sue esecuzioni ricche di abbellimenti, codificati tradizionalmente ma mai messi per iscritto.


Sempre in Vaticano è conservato il MS 185, scritto nel 1731 (sotto Clemente XII) da Johannes Dominic de Biondini. Ed ecco che iniziano a presentarsi alcune differenze. La parte è decisamente più movimentata e compaiono alcune modifiche armoniche. Chiaramente, del do acuto, con grande sollievo dei soprani, ancora nessuna traccia.


E ora il tutto si fa più avvincente. Nel 1770, in visita a Roma, il giovane Wolfgang Amadeus Mozart trascrisse a orecchio il Miserere. L’impresa gli procurò una grande fama nella capitale. Così, nello stesso anno, Charles Burney, compositore inglese noto per l’importanza delle sue cronache di viaggio (come The Present State of Music in France and Italy, The Present State of Music in Germany, the Netherlands and United Provinces…), lo contattò e si fece mostrare la trascrizione. Confrontatala con una delle tre copie autorizzate fuori dallo Stato Pontificio, quella in possesso di padre Giovanni Battista Martini (le altre due erano alla corte del Sacro Romano Imperatore e del Re di Portogallo), la diede alle stampe. Questa fu la prima edizione “non autorizzata”.
La versione di Burney (La musica che si canta annualmente nelle Funzioni della Settimana Santa nella Cappella Pontificale, 1771) è realmente differente rispetto a tutte le edizioni precedenti. Molto più elaborata e ricca… anche se senza quegli abbellimenti che venivano tramandati oralmente. Naturalmente, anche qua, nessuna traccia del do acuto. Ma non demordiamo!


Iniziamo a scoprire qualcosa di interessante quando, nel 1840, Pietro Alfieri pubblica sotto il nome di Alessandro Geminiani, il Salmo Miserere posto in musica da Gregorio Allegri e da Tommaso Bai, Publicato cogli Abbellimenti per la prima volta. Ed ecco che, tra gli abbellimenti registrati, nel secondo coro, compare al soprano uno slancio verso il sol acuto. Ma non è tutto: Alfieri ci dice che la Cappella Pontificia è solita cantare il brano una terza sopra.
Mendelssohn, in visita a Roma, nel 1831 ripeté l’impresa Mozartiana. Però la sua trascrizione è in do minore, ovvero una quarta sopra l’originale allegriano. Ed ecco che il sol acuto, magicamente, si trasforma in un do! Ci siamo!
Però com’è che, attualmente, solo quel frammento è in do minore, mentre il resto del brano continua a essere nella tonalità originaria?


La versione che ci è pervenuta è opera di Robert Haas che, nel 1932, ha fatto un bel collage tra il primo coro nell’edizione di Burney e il secondo tratto dal Grove's Dictionary of Music & Musicians del 1880.  E com’era questo secondo coro? Dividiamolo in due parti per praticità. La prima è semplicemente quella di Burney con gli abbellimenti di Alfieri. La seconda è la trascrizione di Mendelssohn. Con un piccolo problema. Nell’unione è rimasta una quarta sopra!


Il risultato è comunque bellissimo e questa combinazione bizzarra, in ogni caso, funziona. Sperando di evitare ad Haas maledizioni da parte di qualche soprano infuriato, perché non proporre esecuzioni di tutte le differenti edizioni? Visto che ormai si sa come sia nato il mito dell’acuto, una bella ricerca sulle altre versioni può essere un lavoro molto interessante (oltre che meno stressante vocalmente).
Mi permetto, a questo punto, di segnalare l’incisione di Bernard Fabré-Garrus con l’Ensemble “A Sei Voci”. Non c’è il do acuto? Pazienza, non è quello che fa il brano. Ed è impossibile restare indifferenti.


Enrico Correggia


 


P.S. Lo studio di Ben Byram-Wigfield è disponibile online all'indirizzo www.ancientgroove.co.uk/essays/allegri.h…

Date Apr 4, 2012